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Ezio Menzione
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Ezio Menzione

Accasati o acCUSati?


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di Susanna Lollini e Ezio Menzione
da “Il Manifesto” del 17 Luglio 2007

Onore al merito di Cesare Salvi, presidente della Commissione Giustizia del Senato, che aveva promesso per prima dell’estate un testo base sulle unioni civili anche per le coppie omosessuali su cui poter discutere, accantonando l’obbrobrio dei DICO, ed ha mantenuto la promessa. Chi chiedeva e magari si aspettava il matrimonio gay alla Zapatero rimarrà deluso. Ma per la forma e i contenuti il testo “lanciato” da Salvi, certo migliorabile, è un punto accettabile di discussione.

Due dati giuridici caratterizzano in positivo il progetto. Primo: le norme stanno a chiusura del libro primo del Codice Civile, dedicato alle persone ed alla famiglia, dove è giusto, doveroso e dignitoso che stiano. Quella che i giuristi chiamano “collocazione codicistica” non è faccenda del tutto ininfluente. Secondo: l’unione la si stipula attraverso un atto congiunto di espressione di volontà delle parti; per rescinderla, lo si può fare insieme, ma anche con dichiarazione unilaterale, portata a conoscenza dell’altra parte, ed in tal caso gli effetti dell’unione si prorogano per un poco (tre mesi, meglio sarebbe una previsione più lunga, per proteggere la parte abbandonata, eventualmente più debole). L’unione la si stipula davanti al Giudice di Pace o davanti al notaio: la seconda ipotesi, cara alle proposte liberaleggianti di destra, è destinata ad essere scarsamente attivata: chi vorrà pagare per fare ciò che altrove è gratuito? Davanti al Giudice di Pace: suona un po’ strano, ma non è male scovato (visto che davanti allo Stato Civile sembra un tabù; d’altro canto, anche i PACS in Francia si stipulano davanti al Tribunale): i Giudici di Pace sono presenti anche nei più lontani paesi di montagna e chi lo vuole potrà organizzare la “cerimonia” con amici e parenti. Procedure agevoli: niente pubblicazioni (se non, stranamente, per lo straniero, che però deve essere legittimamente soggiornante nel nostro stato).

Vi è espresso il diritto-dovere delle parti di sostenersi anche economicamente a vicenda; le modalità sono lasciate al contratto che esse possono stipulare. La previsione generale è buona, quella del contratto a latere lascia perplessi: si rischia che il soggetto più debole debba chinare il capo. Ma è vero anche che le previsioni attuali per il matrimonio sono fin troppo cogenti. La comunione dei beni è optional.

Reciproco diritto ed obbligo di assistenza e sostegno in caso di malattia o detenzione: buono, ovviamente. Decisioni del partner dell’unione per il caso di malattia che non consenta all’interessato di decidere: di nuovo, buono. Ambiguità (forse dovuta ad una cattiva stesura dell’ultimo comma dell’art.455-11) vi è per le decisioni su funerale e trattamento del corpo del defunto. Ambiguità, di nuovo, forse, per carenze tecniche, vi sono sulla successione nel contratto di locazione, che comunque è prevista.

Rimandata alle calende greche la questione della reversibilità della pensione, mentre almeno un termine dovrà pur essere dato affinché il legislatore si decida.

Quanto alla successione, le note sono dolentissime: nessun diritto prima di nove anni di unione (e qui valgono le critiche che facemmo ai DICO: se la durata media del matrimonio è di 7 anni, come si fa a pretenderne 9 prima che sorga un diritto così importante per i CUSsati?); successione legittima (quella senza testamento, per intenderci) che vede il CUSsato al penultimo posto della graduatoria (prima dello Stato e dopo i parenti di sesto – sì, avete capito bene, sesto! – grado) laddove il coniuge, naturamente! è al primo posto. Nulla sulla quota di riserva per il partner CUSsato per l’ipotesi di successione testamentaria. Se è una dimenticanza, si potrà sopperire, sennò è grave.

Il nome non è bello: Contratti di Unione Solidale (CUS) sa un po’ di sostegno al Terzo Mondo e non vi compare nulla che rimandi all’affettività e alla sessualità di un’intera vita in comune, ma pazienza.

Un voto al compito? 6 per il risultato (certo migliorabile) e 7 per la buona volontà. Ma c’è ancora molto da lavorare per vedere riconosciuti pari dignità e pari diritti anche ai gay e alle lesbiche.

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Coppie di fatto. I no della chiesa e i ni della politica


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Ormai comincia a essere chiaro a molti. L’attacco della gerarchia cattolica ai diritti civili (degli omosessuali, ma non solo) è segno sì di aggressività, ma non di forza.

Man mano che le viene meno la presa su quelle che dovrebbero essere le proprie obbedienti pecorelle - soprattutto in materia di etica e di morale, di comportamenti individuali e sociali - essa si rivolge ai politici, ai parlamentari e le imposizioni che non riesce a far passare nel cuore del suo gregge, il pastore cerca di ribadirle attraverso i cani da pastore (i politici) che ritiene al suo servizio, chiedendo che i suoi divieti diventino legge dello stato.

 

Ma proprio questo dover passare attraverso la politica è, all’evidenza, un segno di debolezza, di definitiva debolezza, cui essa reagisce mostrando muscoli e accavallando anatemi, che dovrebbero appunto concretizzarsi attraverso i “rappresentanti del popolo”, visto che, invece, i “rappresentati” questi divieti da tempo tendono a scrollarseli di dosso. Non a caso, appunto, i dettami hanno sempre a che fare con divieti, mai con riconoscimenti in positivo: si vieta il riconoscimento delle coppie di fatto, omo o etero che siano, l’inseminazione artificiale al di fuori del matrimonio, l’interruzione di gravidanza, una morte dignitosa e persino il testamento biologico. Mai che dalla gerarchia cattolica provenga un suggerimento in positivo, un’apertura in senso acquisitivo; sempre e solo negazioni e divieti.

 

Sul tema, come si sa, il movimento si è espresso con chiarezza: pari dignità e pari diritti per le coppie di fatto ed anche diritto a sposarsi per le coppie omosessuali. Ma se l’interlocuzione è con la sfera della politica, come sempre succede quando si tratta di leggi da emanare, vediamo cosa bolle nel pentolone della politica per ciò che riguarda il riconoscimento delle coppie di fatto dopo l’affossamento dei DiCo e il Family Day.

 

C’è l’area dei partitini cattolici (schierati nella maggioranza o all’opposizione) che, obbedienti al pastore, insistono sul no “senza se e senza ma”, sperando che l’accredito innanzi al Vaticano significhi per loro anche accredito davanti all’elettorato nelle prossime tornate elettorali.

 

Il costituendo Partito Democratico, che si vuole fondare all’insegna delle “radici cristiane” (non erano entrate nella costituzione europea, ci si contenta di farle entrare nelle fondamenta del nuovo - si fa per dire! - zoppicante partito). Ammesso che Fassino possa essere considerato un suo autorevole portavoce, la linea sembra essere questa: modificare il codice civile per riconoscere diritti ai singoli, ma no al riconoscimento delle coppie di fatto. La posizione, oltre che essere prona alla linea rutelliana e, peggio, binettiana, non ha alcun fondamento giuridico. Sicuramente per riconoscere diritti a cittadini uniti al di fuori del matrimonio, alcuni articoli del codice civile dovranno essere riscritti (a meno che non si scelga di emendarne uno solo: il primo comma dell’art. 143, aprendo esplicitamente il matrimonio anche alle persone dello stesso sesso, ma non è questo che intende Fassino!). Ma comunque la si voglia vedere e rigirare, non si può evitare di muovere da una forma di riconoscimento delle unioni diverse da quelle basate sul matrimonio. Prendiamo un diritto individuale qualunque: il diritto del partner a succedere nel contratto d’affitto: quand’è che sorge tale diritto? Da quale momento? Dov’è che è pubblicamente certificata l’unione? A cosa bisogna fare riferimento per esserne sicuri? Un riconoscimento dell’unione sia come convivenza che come espressione di volontà congiunta dei due partner sarà sempre e in tutti i casi - sottolineo, in tutti i casi, anche per l’assistenza al partner malato, per dire il meno - necessaria. Un momento pubblico di riconoscimento della volontà delle parti da cui far scaturire tutti, o anche solo alcuni dei diritti previsti dal codice civile e dalle leggi speciali è necessario e imprescindibile. Fassino, col suo girare intorno ai diritti individuali e alle modifiche del codice civile, non sarà mai in grado di eludere questo passaggio.

 

Intanto l’On. Salvi e la Commissione Giustizia del Senato hanno finito l’esame e lo screening delle 10 proposte giacenti in materia di unioni civili (DiCo compresi) e hanno deciso di procedere, in comitato ristretto, costituito da un rappresentante per ogni partito, alla redazione di una nuova proposta di legge, che funga da base per la discussione in commissione, da chiudersi prima della pausa estiva, e poi in aula. Il fatto stesso che si giudichi inutilizzabile la proposta governativa dei DiCo fa ben sperare ed infatti il presidente-relatore, Salvi, appunto, ha chiaro che le nuove unioni richiedono un riconoscimento e che ad esse possono essere poi annessi diritti e doveri delle parti. Bene. Male però se per andare incontro alla destra si intende mutuare la proposta (di Biondi, FI) per cui l’atto viene stipulato dinnanzi ad un notaio e conservato nel registro notarile: l’unione di due persone non è la costituzione di una servitù prediale o di un’ipoteca sulla casa, è qualcosa di diverso, deve essere il riconoscimento del valore sociale dell’unione stessa, oltreché della dignità e rilevanza della stessa. Fra l’altro, la stessa destra altrove (col progetto Rivolta, FI, giacente alla Camera) ha proposto che l’unione venga registrata davanti all’ufficiale delle stato civile. Ma anche la proposta della Margherita giacente al Senato (dell’On. Manzione) prevede il riconoscimento pubblico: davanti al Giudice di Pace. Può sembrare un po’ buffo andare dal Giudice di Pace per unirsi (ed in effetti il luogo deputato, alla fin fine, dovrà essere lo stato civile), ma meno di quanto sembra. In fin dei conti, anche i PACS in Francia si stipulano davanti al Tribunale, e ci sarebbe il vantaggio che i Giudici di Pace ci sono anche in tutti i paesini e ci si potrà unire e si potrà festeggiare rimanendo coi propri amici e familiari nel proprio paese. Potrebbe persino essere un vantaggio!

 

Altra questione spinosa: il diritto alla reversibilità della pensione. Le pensioni reversibili sono un onere gravoso per le finanze statali, si dice. Obbiettiamo: gravoso quanto? C’è qualcuno che ha fatto dei calcoli attendibili su quanto il riconoscimento di tale diritto alle coppie di fatto esattamente costerebbe? Non ci pare. Si continua ad agitare lo spauracchio dei costi, ma nessuno ci sa dire a quanto essi ammonterebbero. Inoltre, se vogliamo essere veramente razionali, la questione potrebbe essere demandata, non sine die, come facevano i DiCo, ma dando un termine al legislatore perché riveda tutta la materia delle pensioni di reversibilità. E’ stato giustamente osservato che oggigiorno, di fronte a coppie in cui entrambi i soggetti molto spesso lavorano ed hanno una propria pensione, tale istituto può, anzi deve, essere rivisto.

 

Sta di fatto che al Senato si intende andar avanti, crisi di governo o addirittura crisi parlamentare permettendo. Il che è indiscutibilmente bene. La scelta sciagurata (ma oculata, da parte della destra governativa, cui la sinistra non si è opposta) di iniziare l’iter legislativo di una legge sulle unioni dal Senato rende arduo che una legge decente possa passare in aula. Anche se così fosse, sempre meglio andare ad una discussione chiara ed aperta, attorno alla quale cresca anche la coscienza del paese (ma è lecito ritenere che la coscienza di gran parte del paese sia più avanti della coscienza della maggior parte dei due rami del Parlamento), con un esito magari negativo, ma che costringa a schierarsi e a scegliere. Così poi si saprà chi è con noi e chi è contro di noi.

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Rocco Bartucci


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Facoltà di Architettura
C.d.L. in Progettazione della Moda
Indirizzo Fotografia e Grafica per la Moda A.A. 2006/2007
Corso di Percezione e comunicazione visiva
Prof. Massimiliano Masci

Studente Rocco Bartucci

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