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Ezio Menzione » Gay e Cassazione. Passi avanti, ma la strada è ancora lunga
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Ezio Menzione

Gay e Cassazione. Passi avanti, ma la strada è ancora lunga


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di Ezio Menzione
da “Liberazione” del 28 Luglio 2007

Pronunciandosi sul ricorso della Prefettura torinese contro una sentenza del Giudice di Pace che annullava il decreto di espulsione di un senegalese perché nel suo paese egli avrebbe potuto essere perseguitato in quanto omosessuale, la prima sezione civile della Cassazione ha stabilito che certamente è diritto di ognuno vivere la propria omosessualità senza condizionamenti, ma che bisogna accertare caso per caso da un lato la corrispondenza al vero della dichiarata omosessualità, dall’altro se nel paese d’origine viene punita l’omosessualità in se’ stessa – ed allora si sarebbe certamente di fronte ad una persecuzione – oppure solo l’esibizione indebita dei comportamenti omosessuali, per dirla con la Cassazione, la “ostentazione delle pratiche omosessuali non conformi al sentimento pubblico di quel paese”.

La sentenza, per il bene e per il male, è importantissima.

In positivo, perché il principio generale per cui ognuno deve poter vivere la propria sessualità (e quindi anche la propria omosessualità) libero da condizionamenti, ricatti e minacce che possano provenire dalla legge, in quanto “espressione del diritto alla realizzazione della propria personalità” e “identità” è principio che può sembrare ovvio, ma che per la prima volta viene espresso in maniera così chiara e autorevole, con un esplicito richiamo, per noi - ma non per tutti – ovvio all’art.2 della nostra Costituzione (ma si poteva una buona volta richiamare anche l’art.3 e il principio di uguaglianza): segno dunque che l’esercizio della sessualità fra persone dello stesso sesso (e non solo l’orientamento omosessuale) è “diritto inviolabile” dell’individuo, anzi di più: è un “diritto universale” (così dice la sentenza) da riconoscersi a tutti, indipendentemente dalla cittadinanza. Un’affermazione così chiara la si aspettava da tempo e ora ce l’abbiamo e non sarà più possibile prescinderne.

Ma purtroppo la sentenza non sembra trarre le necessarie conseguenze da ciò che afferma in linea di principio. Essa infatti rinvia il caso al Giudice di Pace di Torino perché esamini meglio se la legge senegalese colpisca o meno l’omosessualità in quanto tale e accerti con maggiore sicurezza se quel cittadino senegalese sia effettivamente omosessuale (la prova dell’iscrizione ad Arcigay per la Cassazione non basta e si presterebbe a facili strumentalizzazioni e raggiri della nostra legge).

La distinzione fra persecuzione dell’omosessualità e sanzione penale dei comportamenti omosessuali indebitamente esibiti o contrari al pubblico sentire è distinzione troppo sottile e rischia di vanificare il principio generale. Ricorda un poco (ma solo un poco) la distinzione cattolico-vaticana fra omosessualità lecita, o almeno tollerata, e comportamenti omosessuali che portano all’inferno. Per di più, ogniqualvolta si invoca (in Italia o altrove) il “sentimento pubblico” si rischia di annegare nell’incertezza.

Non può esistere principio che dichiari la liceità dell’omosessualità e nello stesso tempo limiti la possibilità di esercitare tale diritto. Il che non significa che si possano compiere atti omosessuali in pubblico, ma questo vale anche per gli atti eterosessuali e vi sono norme apposite (atti osceni in luogo pubblico) per sanzionare tali comportamenti, omo o etero che siano. Il problema è che il concetto di “omosessualità non indebitamente esibita” è concetto ancora troppo simile a quello di “omosessualità vietata” o anche solo “non libera da condizionamenti”. Un rapporto di convivenza omosessuale, pur non implicando comportamenti sessuali esibiti, potrebbe ricadere facilmente nel concetto di omosessualità esibita. Eppure da noi esso è lecito (anche se privo di diritti), ma altrove potrebbe essere motivo di sanzione penale. Insomma, la Cassazione è stata timida.

Anche sul secondo punto gli ermellini mostrano incertezze, oppure di conoscere poco la realtà. Che prova si può richiedere di una “sicura omosessualità”? Certificazioni mediche? Ogni medico di buon senso ci riderebbe sopra. La prova tecnica della consumazione di un rapporto omosessuale innanzi ai giudici? Un po’ troppo! Le dicerie del vicinato? Dio ce ne scampi! E’ evidente che in campi così scivolosi più in là degli indizi non si può andare.

Era così del resto anche quando esisteva il servizio militare obbligatorio e l’esenzione era di fatto concessa sulla base di una tessera di iscrizione ad Arcigay o circoli simili ed un referto che attestava il disagio (la distonia) a vivere la propria omosessualità nel contesto di una caserma. Di più le commissioni mediche militari non potevano chiedere e non chiedevano.

La Cassazione sembra avere paura soprattutto che concedere permesso di soggiorno a cittadini di paesi in cui l’omosessualità e la pratica della medesima siano condizioni e comportamenti criminali apra le porte a migliaia di truffe per cui gli extracomunitari si fingeranno tutti omosessuali pur di poter restare nel nostro paese. Timori infondati. Il rischio è semmai ancora l’opposto: che cittadini di paesi che condannano in varie forme l’omosessualità non possano viversela nemmeno qui da noi per paura che lo si sappia in patria. Ed infatti proprio su questa base un altro Giudice di Pace ha recentemente concesso il soggiorno ad un albanese, dunque proveniente da un paese che non persegue penalmente l’omosessualità, ma dove gli omosessuali sono oggetto di discriminazione e persecuzione sociale.

Insomma, incassiamo una sentenza assai buona sui principi e lavoriamo perché in futuro sia emendata da aspetti francamente timidi, se non un po’ retrivi.

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