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Ezio Menzione » Anche per i giudici la coppia omosessuale è un valore
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Ezio Menzione

Anche per i giudici la coppia omosessuale è un valore


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di Ezio Menzione
da “Liberazione” del 25 Luglio 2007

Avviene spesso che i giudici, nell’emettere le loro decisioni, dimostrino di essere, dal punto di vista della visione della società e dei suoi cambiamenti, più avanti di chi dovrebbe prendere decisioni politiche. E’ l’aspetto più positivo della funzione della magistratura, agli occhi di chi, come me, ha sempre creduto in un ruolo socialmente evolutivo e progressista delle decisioni dei magistrati. Ricordiamoci i tanto vituperati “pretori d’assalto” degli anni ’70 e il ruolo fenomenale che ebbero nei cambiamenti di allora.

Del resto, è fisiologico che le decisioni giudiziarie suppliscano e coprano gli spazi vuoti, laddove la politica non riesca a legiferare su temi e aspetti nuovi che la società propone. E’ semmai patologico che i magistrati si rifiutino di farlo, come è avvenuto per il caso Welby, visto che proprio a questo sono chiamati: dirimere i dubbi, riempire i vuoti del sistema legislativo, contribuire a trovare una risposta alle domande della società, quando il legislatore si attarda a non farlo.

Vengono in mente queste riflessioni generali, leggendo la notizia di alcuni giorni fa per cui il Giudice che doveva decidere circa l’omicidio di un gay avvenuto a Roma nel marzo scorso ha ammesso come parte civile al processo non solo la sorella (il che è ovvio), ma anche il convivente omosessuale del defunto (e questa è la vera novità), mentre ha escluso la richiesta di costituzione dell’Arcigay, che voleva essere presente come associazione di tutela degli interessi collettivi delle persone omosessuali (e in questo la decisione non è stata nuova: lo spazio per le cosiddette associazioni esponenziali nel processo penale è sempre più ristretto e comunque sempre molto aleatorio).

Vediamo da vicino la portata positiva della decisione del giudice romano. Avere ammesso come parte civile il convivente (da 25 anni) del morto nel processo penale contro l’assassino significa avere riconosciuto non solo la legittimità del legame fra i due uomini (e questo è scontato: la loro unione non era certo vietata), ma anche una rilevanza positiva di esso innanzi alla società e dunque innanzi all’ordinamento giuridico. Naturalmente non è la prima volta che un partner di una coppia di fatto viene ammesso a svolgere il ruolo di parte civile nel processo: ma finora si era sempre trattato di coppie eterosessuali; qui, invece siamo di fronte al riconoscimento – quanto meno a questi fini – della coppia omosessuale.

Occorre notare, proprio a proposito del riconoscimento del legame, che il partner superstite ha dovuto dimostrare in giudizio che esso sussisteva da molti anni, che era ancora in piedi al momento dell’omicidio, che era noto a tutti, che da esso le parti traevano sostegno morale ed economico. Non è inutile rimarcare che se i due fossero stati sposati, nulla di tutto ciò sarebbe stato necessario: sarebbe bastata la fotocopia dell’atto di matrimonio. Ma, come si sa, il legislatore non ha ancora inteso riconoscere la rilevanza giuridica delle coppie omosessuali. Da qui la necessità della “supplenza” del giudice: in questo caso svolta in maniera egregia.

Il giudice penale non è tenuto a motivare per esteso per quali motivi ammetta o non ammetta un soggetto come parte civile nel processo, ma non è difficile arguire quale sia stato il suo ragionamento, visto che ha tanto insistito nel richiedere le prove della sussistenza e della durata del legame affettivo e del sostegno reciproco. Evidentemente ha ritenuto che tale legame abbia una rilevanza sociale degna di essere tutelata e allo stesso tempo, come nella stragrande maggioranza dei casi, che esso abbia implicazioni economiche e morali di un certo peso. Anche se la coppia era omosessuale.

Del resto, non è la prima volta che una decisione giudiziaria stabilisce che quando si è di fronte all’amore fra due persone, il loro sesso o orientamento sessuale non conta. Nell’ormai lontano 1988 il Tribunale di Torino consentì che il partner transessuale di un imputato si astenesse dal testimoniare contro questi, così come avviene fra marito e moglie o fra partner eterosessuali di fatto, proprio sostenendo che se la base per riconoscere il diritto ad astenersi dal testimoniare è il legame affettivo fra due persone, è questo che deve venire in primo piano, a nulla rilevando il sesso delle persone coinvolte.

Ma da quel lontano 1988, non pare che altri giudici abbiano preso decisioni così coraggiose, fino a quella di pochi giorni fa di Roma. Scarso coraggio dei magistrati? Difficoltà dei medesimi ad avventurarsi su terreni nuovi sui quali il legislatore non ha saputo esprimersi? Oppure, più semplicemente, perché pochi sono i casi che giungono fino al tavolo dei magistrati e chiedono, per essere decisi, di affrontare di petto la questione delle coppie omosessuali? Probabilmente giocano tutti insieme questi elementi. Anche gli omosessuali spesso hanno difficoltà ad esporsi (e in alcuni casi è anche comprensibile) o addirittura a considerare se’ stessi come soggetti che possono rivendicare diritti e combattere per ottenerli. Secoli di diritti negati formano una mentalità difficile a scalfirsi, anche per gli omosessuali stessi.

E’anche vero che talora gli omosessuali si fanno coraggio, ma poi si vedono sbattere la porta in faccia. E’ accaduto così alla coppia di gay di Latina che chiesero di vedere trascritto in Comune l’unione da loro contratta in Olanda: in primo grado con una sentenza proprio retriva, in appello con una sentenza negativa, ma che lascia aperti alcuni spazi per il futuro. E’ questo il cammino incerto dei diritti quando sono affidati alle convinzioni, sempre diverse e mutevoli, dei giudici. Ma è così quando il legislatore (insomma, la politica) non vuole o non sa decidere.

In altri paesi (in America, per esempio) la “via giudiziaria” alla conquista dei diritti è sempre stata una via maestra (ma in quel paese, come in altri, la funzione giurisdizionale è molto più pregnante che non da noi rispetto al legislativo). Noi per troppo tempo abbiamo ritenuto che fosse una via un po’ di risulta, se non proprio di rimessa: ma non è detto che sia così, dobbiamo riconoscerlo e attrezzarci a riempire in questo modo il silenzio della politica.

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