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Ezio Menzione » 2007» Settembre
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Ezio Menzione

Archive for Settembre, 2007

Diritti individuali e diritti collettivi - una divisione ormai senza senso


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di Ezio Menzione
da “Liberazione” di Venerdì 21 Settembre 2007

É cattiva abitudine della nostra sinistra, che in pratica si trascina da sempre, contrapporre i diritti individuali collettivi e i diritti individuali. Anzi, si tratta di una vera e propria mentalità culturale. Sbagliata, e come tale sarebbe l’ora di rivederla e criticarla.

Quando va bene, la contrapposizione è vista come una questione di tempi: ora c’è da lottare sulle pensioni o sui minimi salariali o sulla mancanza di mense o asili nido; poi lotteremo per i diritti dei singoli: libertà, cittadinanza, pienezza della vita di ognuno. Quando andava male – ma questa fase sembra tramontata – ci veniva detto che solo i primi, l’affermazione dei diritti sociali, era questione di classe, essendo invece i secondi diritti borghesi, che come tali avrebbero trovato un loro spazio poi…

È ben vero che la nuova repubblica italiana (non a caso “fondata sul lavoro”, secondo il legislatore costituzionale, cioè su un diritto di rilevanza sociale primaria) doveva riscattare dalla miseria una buona metà del paese e presto avrebbe dovuto fronteggiare l’immigrazione interna e l’emigrazione all’estero, le gabbie salariali e la retribuzione del lavoro basata sul cottimo e così via: insomma, problemi enormi di affermazione dei diritti sociali. Peraltro, il paese non muoveva da zero, visto che proprio sul terreno sociale la legislazione fascista aveva dato frutti di tutto riguardo. Persisteva, invece, proprio all’apogeo della Democrazia Cristiana quella “divisione paritaria” che aveva sorretto il paese dai Patti Lateranensi in poi: lo stato si occupi dei problemi sociali; per il privato, per il bene dei singoli c’è la Chiesa Cattolica. Ed infatti l’art. 7 della Costituzione elevò a rango costituzionale tali patti. La sinistra, non opponendosi, si inserì nel solco da altri tracciato ed esso divenne una forma mentale anche sua, difficile da scalfire. Occorreranno decenni, quel poco di liberismo vero che l’Italia ha saputo esprimere, il Partito Radicale, il ’68 con le sue istanze liberatorie, e soprattutto il femminismo con la sua critica radicale. Ma ricordiamoci che ancora di fronte al referendum sul divorzio la sinistra (allora, il PCI) si convinse all’antiabrogazionismo solo nelle ultime settimane.

Sono passati più di trent’anni da allora, ma l’incapacità di riconoscere l’importanza dei diritti individuali è ancora una pesante ipoteca per l’agire della nostra sinistra, o di quasi tutta.

Eppure le cose sono profondamente cambiate sia nei fatti che nella testa degli uomini e, soprattutto, delle donne. Grazie anche, verrebbe da dire, allo sgretolarsi di quella compattezza delle classi che aveva caratterizzato la nostra società fino all’altro ieri.

Nel riconsiderare la collocazione dei diritti soggettivi rispetto ai diritti sociali dovremo tenere conto di almeno tre aspetti.

Il primo è che non si può continuare ad invocare la necessità di mettersi al passo con i paesi più avanzati per ridurla a necessità di adeguamento al mercato globale. L’adeguamento non può marciare su un binario solo, tralasciando il secondo, quello dei diritti della persona. Muoversi in un mercato globale (insomma, nel mondo d’oggi) implica vedere riconosciuti ovunque, e a livello più alto e ampio, i diritti della persona, siano essi diritti di libertà personale, di movimento, di opinione ed espressione, di cittadinanza, di esercizio della propria sessualità, comunque essa si collochi (genere, orientamento ecc.). Sappiamo bene che esistono paesi (la Cina, per dirne uno, o i paesi dominati dall’Islam) che comprimono sino a svuotarli o non riconoscono affatto tali diritti, eppure sono piazzati benissimo nel mercato globale; ma è questo l’ideale che abbiamo in mente? O non è invece un ideale per cui io, cittadino italiano o francese o polacco, debbo vedermi riconosciuti gli stessi diritti, individuali e sociali, ovunque mi trovi, in Polonia, in Francia o in Italia, e ovunque mi voglia spostare in Francia, in Polonia o in Italia. Foss’altro per “rendere meglio” sul mercato, che è innanzitutto il mercato del lavoro mondiale (o almeno occidentale).

Ma poi, e qui veniamo al secondo e più importante motivo, siamo così sicuri che oggi i diritti individuali riguardino i singoli e i diritti sociali la collettività? Se mai ciò è stato vero, oggi è più che mai lecito dubitarne. E forse non è stato vero neppure in passato. Senza andare troppo lontano nel tempo, le lotte contro i ritmi alla catena e contro il cottimo avevano certamente un obbiettivo primario sociale: riscattare il lavoro da condizioni ai limiti della vivibilità. Ma avevano anche l’obbiettivo di restituire ai singoli lavoratori spazi e momenti per una vita individuale più piena, o almeno più vivibile. Per troppo tempo ci si è scordati che dietro la “classe” c’erano i lavoratori singoli e in carne ed ossa. La sinistra alternativa (’68 e dintorni, per intenderci) cercò di recuperare e rilanciare quest’idea, ma sempre in maniera un po’ marginale.

Oggi, prendiamo un diritto sociale quant’altri mai: l’età pensionabile. Ma è proprio tutto e solo sociale il diritto ad andare in pensione con un tratto di vita ancora da vivere dinnanzi a sé oppure, se lo si vuole, rimanere a lavorare per un tratto più lungo ? Colpisce innanzitutto una discriminazione che quasi sempre viene sottaciuta: per quale motivo le donne dovrebbero andare in pensione prima, tanto più che la loro aspettativa di vita è oggi maggiore di quella degli uomini? L’unica spiegazione è che così, nonne anziane ma non vecchie, possono sopperire alle carenze del nostro stato nei riguardi della famiglia. Più in generale, restituire al lavoratore dopo una vita intera di lavoro più o meno alienato (la parola è passata di moda, ma il concetto resta ben fermo) alcuni anni “per sé” è solo una questione sociale e non può essere come un diritto di ciascun singolo, un diritto anche individuale?

Rovesciamo il cannocchiale. Il diritto delle coppie omosessuali a vedere riconosciute le proprie unioni e ad avere figli non è soltanto il riconoscimento di un diritto individuale (o di un capriccio, secondo alcuni) ma ha anche una forte valenza sociale visto che la creazione di un nuovo nucleo familiare crea rapporti di sostegno e solidarietà e quindi abbatte costi sociali – che poi questa sia la riproposizione della famiglia come sostituto delle carenze sociali è altro affare: ma così è.

Infine, nessuno può più oggi onestamente sostenere che la secolare battaglia giocata sul corpo della donna (valore della verginità prematrimoniale, divorzio, aborto, inseminazione artificiale, maternità assistita) sia una questione solo di diritti individuali. La critica femminista ci ha insegnato che proprio sul corpo della donna (o sulla sua assenza, vedi paternità negata alle coppie omosessuali maschili) si è sempre giocato e ancor oggi si gioca l’intero assetto sociale. Ieri come oggi, l’impero (qualunque esso sia) lo si domina dominando il ventre delle donne. Altro che diritti individuali.

Infine, terzo ma non certo ultimo, che molti altri se ne potrebbero trovare, motivo per ripensare la questione è il fatto, tutt’altro che trascurabile, che i diritti soggettivi hanno assunto una loro centralità nella testa della gente. Il diritto ad una maternità e ad una paternità consapevoli; il diritto ad esprimere la propria sessualità; il diritto a manifestare le proprie opinioni senza limitazioni ed allo stesso tempo il diritto a non essere controllati e discriminati e tanti altri diritti ancora vengono nella scala d’importanza che esprimono milioni di uomini e donne prima di molti diritti sociali (spesso, e qui sta l’elemento negativo) quest’ultimi degradati a servizi sociali. Ed il loro convincimento ed orientamento politico (e anche elettorale) si forma più sulla sofferenza per la mancanza dei primi che per quella dei secondi. Teniamolo bene presente.

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