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Ezio Menzione » 2007» Gennaio
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Ezio Menzione

Archive for Gennaio, 2007

Siamo a fine gennaio. E i PACS?


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di Ezio Menzione

Da “Liberazione” di Venerdì 26 Gennaio 2007

“Entro fine gennaio il governo presenterà un proprio progetto di legge sul tema dei diritti delle coppie di fatto”. Così disse Prodi a dicembre, per dribblare richieste ormai pressanti affinchè si desse attuazione a quel punto del programma dell’unione con cui ci si impegnava a regolamentare la materia, rimuovendo una discriminazione che dura da troppo tempo.

A fine gennaio ormai in pratica ci siamo e il governo il disegno di legge non lo ha presentato. Si pensava che potesse uscire dal conclave di Caserta, ma - trattandosi di tema “sensibile” (ma sono sempre sensibili i temi che coinvolgono i diritti delle persone) - è stato accantonato, preferendo esprimersi, molto genericamente, su questioni meno controverse.

Pare che la ministra Pollastrini un suo progetto lo abbia, ma non lo conosciamo e non possiamo esprimerci. Comunque la ministra Bindi, che evidentemente intende il suo ruolo di ministra per la Famiglia come di ministra per il Matrimonio, così escludendo dalla sua protezione una gran parte di italiani e italiane, ha già preso abbondanti distanze da ciò che la Pollastrini potrebbe proporre. Quel che è peggio, ogni ritardo in materia consente alla destra, interna ed esterna all’Unione, di stringersi a coorte per contrastare oggi e domani qualunque progetto decente di riconoscimento delle unioni di fatto.

Dico subito cosa ad avviso mio (ma credo anche di gran parte del movimento omosessuale) è rilevante e deve esserci nel progetto governativo e ciò che, invece, può anche non esserci e quindi su quello di può mediare.

Deve esserci un riconoscimento dell’unione in quanto tale. Ovviamente, non importa il nome: lo si chiami PACS, unione civile, unione registrata o in altro modo, va tutto bene. Naturalmente non basterebbe - anche i nomi hanno la loro importanza - che lo si definisse in funzione di un unico aspetto: per esempio l’aspetto solidaristico o mutualistico dell’unione, che pure è aspetto importante, ma non è l’unico. Nè il principale, visto che, senza dubbio, il più rilevante è quello di una libera scelta di stare assieme perchè ci si ama, e non solo perchè ci si vuole sostenere, che è solo una conseguenza. Insomma, l’insieme delle disposizioni normative deve stare in una cornice di legge che riconosca pari dignità a questo nuovo tipo di unioni, ancorchè regolate in maniera diversa da quelle basate sul matrimonio. Questo tema del riconoscimento dell’istituto è fondamentale e non a caso è ciò cui da ormai tanti anni maggiormente tiene la maggior parte del movimento omosessuale e delle famiglie etero che non hanno voluto sposarsi. Si tratta, evidentemente, di superare la situazione per cui chi non si sposa, perchè non può o non vuole, è istituzionalmente di serie B. Per esempio, è importante che il registro delle nuove unioni sia presso lo Stato Civile che forma e conserva, fra gli altri, i registri di matrimonio. Questo è ciò che bisogna obiettare a chi proprio il riconoscimento generale non intende “concedere”. Si potrebbe obiettare, fondatamente e concretamente, anche se accanto ai singoli diritti non si riconosce anche l’unione in quanto tale, su cosa si fonderebbero i primi? Come sarebbe mai possibile misurare la possibilità (per esempio l’espressione di volontà di soggetti, oppure la durata della situazione di fatto, ove rilevante?) di riconoscerli? Un registro, in pratica, coi vuole. E questo registro, un nome o un’intestazione, dovrà pure averli!

Occorre che il progetto di legge preveda il riconoscimento singolarmente uno per uno di tutti i diritti riconosciuti in blocco agli sposati: diritti testamentari, diritti di assistenza medicale e sociale, diritti previdenziali, diritto alla maternità assistita anche nella coppia lesbica, diritto al ricongiungimento e al soggiorno per il partner non italiano e non europeo e quant’altro. Accanto ai diritti, com’è ovvio e naturale, ci staranno i doveri: soprattutto quello della mutua assistenza, della contribuzione al nucleo costituito dall’unione ed eventualmente dai figli della medesima, fino, in certi casi, all’obbligo alimentare. Sanciti i diritti, c’è margine per discutere delle modalità (tempi, adempimenti necessari ecc.) di riconoscimento dei medesimi. Facciamo un esempio: nessuno si adombrerà se il presupposto per ottenere la pensione di reversibilità del partner defunto dovesse essere una previa convivenza (vedremo se tutta quanta registrata oppur no) di tre anni. In pratica è così anche per gli sposati. Lo stesso presupposto sembra invece ingiustificato per il diritto alla successione, atto in buona sostanza di disponibilità fra privati (e il nostro bersanesco governo “delle liberalizzazioni” sarebbe l’ora che ponesse mano anche alla liberalizzazione delle successioni testamentarie). Lo stesso presupposto temporale potrebbe porsi a base del diritto all’inseminazione artificiale all’interno della maternità assistita.

Per altre questioni ancora (diritto di soggiorno per partner extraeuropeo, per esempio) si potrebbe rimandare ad apposita legislazione, nazionale o sopranazionale. Per altre, infine, (diritto alla successione nella locazione) ci si potrebbe poggiare su decisioni giurisprudenziali ormai solidificate.

Come si vede, una volta disposta la cornice, ci sono margini per discutere, persino con la ministra Bindi. Del resto, anche i PACS francesi furono frutto di un compromesso all’interno al governo Jospin, incalzato da una feroce destra sociale cattolica e bigotta.

Ma proprio le esperienze altrui ci forniscono una lezione chiarissima: in tema di riconoscimento dei diritti umani fondamentali, il compito della classe politica non è quello di aspettare che tutti i cittadini siano convinti della giustezza dell’affermazione; i politici degni del nome devono andare più in là e possedere quella capacità di visione che spesso, per motivi culturali o per miope convenienza, ai singoli cittadini manca. Dice scherzando un noto giurista: mai fare scrivere le costituzioni dal popolo, sarebbero infarcite di pena di morte! Scherza, ma giustamente rivendica anche il ruolo, il primato, se vogliamo, della politica, quella vera, capace di rimuovere ostacoli sociali e culturali. La politica che sembra giusto chiedere a questo governo.

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