Strict Standards: Redefining already defined constructor for class wpdb in /membri2/begay/php5/wp-includes/wp-db.php on line 52

Deprecated: Assigning the return value of new by reference is deprecated in /membri2/begay/php5/wp-includes/cache.php on line 36

Strict Standards: Redefining already defined constructor for class WP_Object_Cache in /membri2/begay/php5/wp-includes/cache.php on line 389

Strict Standards: Declaration of Walker_Page::start_lvl() should be compatible with Walker::start_lvl($output) in /membri2/begay/php5/wp-includes/classes.php on line 537

Strict Standards: Declaration of Walker_Page::end_lvl() should be compatible with Walker::end_lvl($output) in /membri2/begay/php5/wp-includes/classes.php on line 537

Strict Standards: Declaration of Walker_Page::start_el() should be compatible with Walker::start_el($output) in /membri2/begay/php5/wp-includes/classes.php on line 537

Strict Standards: Declaration of Walker_Page::end_el() should be compatible with Walker::end_el($output) in /membri2/begay/php5/wp-includes/classes.php on line 537

Strict Standards: Declaration of Walker_PageDropdown::start_el() should be compatible with Walker::start_el($output) in /membri2/begay/php5/wp-includes/classes.php on line 556

Strict Standards: Declaration of Walker_Category::start_lvl() should be compatible with Walker::start_lvl($output) in /membri2/begay/php5/wp-includes/classes.php on line 653

Strict Standards: Declaration of Walker_Category::end_lvl() should be compatible with Walker::end_lvl($output) in /membri2/begay/php5/wp-includes/classes.php on line 653

Strict Standards: Declaration of Walker_Category::start_el() should be compatible with Walker::start_el($output) in /membri2/begay/php5/wp-includes/classes.php on line 653

Strict Standards: Declaration of Walker_Category::end_el() should be compatible with Walker::end_el($output) in /membri2/begay/php5/wp-includes/classes.php on line 653

Strict Standards: Declaration of Walker_CategoryDropdown::start_el() should be compatible with Walker::start_el($output) in /membri2/begay/php5/wp-includes/classes.php on line 678

Deprecated: Assigning the return value of new by reference is deprecated in /membri2/begay/php5/wp-includes/query.php on line 21

Deprecated: Assigning the return value of new by reference is deprecated in /membri2/begay/php5/wp-includes/theme.php on line 507
Ezio Menzione
Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in /membri2/begay/php5/wp-includes/kses.php on line 446

Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in /membri2/begay/php5/wp-includes/kses.php on line 510

Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in /membri2/begay/php5/wp-includes/kses.php on line 511

Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in /membri2/begay/php5/wp-includes/kses.php on line 446

Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in /membri2/begay/php5/wp-includes/kses.php on line 510

Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in /membri2/begay/php5/wp-includes/kses.php on line 511

Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in /membri2/begay/php5/wp-includes/kses.php on line 446

Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in /membri2/begay/php5/wp-includes/kses.php on line 510

Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in /membri2/begay/php5/wp-includes/kses.php on line 511

Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in /membri2/begay/php5/wp-includes/kses.php on line 446

Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in /membri2/begay/php5/wp-includes/kses.php on line 510

Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in /membri2/begay/php5/wp-includes/kses.php on line 511

Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in /membri2/begay/php5/wp-includes/kses.php on line 446

Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in /membri2/begay/php5/wp-includes/kses.php on line 510

Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in /membri2/begay/php5/wp-includes/kses.php on line 511

Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in /membri2/begay/php5/wp-includes/kses.php on line 446

Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in /membri2/begay/php5/wp-includes/kses.php on line 510

Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in /membri2/begay/php5/wp-includes/kses.php on line 511

Ezio Menzione

Diritti individuali e diritti collettivi - una divisione ormai senza senso


Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in /membri2/begay/php5/wp-includes/formatting.php on line 74

di Ezio Menzione
da “Liberazione” di Venerdì 21 Settembre 2007

É cattiva abitudine della nostra sinistra, che in pratica si trascina da sempre, contrapporre i diritti individuali collettivi e i diritti individuali. Anzi, si tratta di una vera e propria mentalità culturale. Sbagliata, e come tale sarebbe l’ora di rivederla e criticarla.

Quando va bene, la contrapposizione è vista come una questione di tempi: ora c’è da lottare sulle pensioni o sui minimi salariali o sulla mancanza di mense o asili nido; poi lotteremo per i diritti dei singoli: libertà, cittadinanza, pienezza della vita di ognuno. Quando andava male – ma questa fase sembra tramontata – ci veniva detto che solo i primi, l’affermazione dei diritti sociali, era questione di classe, essendo invece i secondi diritti borghesi, che come tali avrebbero trovato un loro spazio poi…

È ben vero che la nuova repubblica italiana (non a caso “fondata sul lavoro”, secondo il legislatore costituzionale, cioè su un diritto di rilevanza sociale primaria) doveva riscattare dalla miseria una buona metà del paese e presto avrebbe dovuto fronteggiare l’immigrazione interna e l’emigrazione all’estero, le gabbie salariali e la retribuzione del lavoro basata sul cottimo e così via: insomma, problemi enormi di affermazione dei diritti sociali. Peraltro, il paese non muoveva da zero, visto che proprio sul terreno sociale la legislazione fascista aveva dato frutti di tutto riguardo. Persisteva, invece, proprio all’apogeo della Democrazia Cristiana quella “divisione paritaria” che aveva sorretto il paese dai Patti Lateranensi in poi: lo stato si occupi dei problemi sociali; per il privato, per il bene dei singoli c’è la Chiesa Cattolica. Ed infatti l’art. 7 della Costituzione elevò a rango costituzionale tali patti. La sinistra, non opponendosi, si inserì nel solco da altri tracciato ed esso divenne una forma mentale anche sua, difficile da scalfire. Occorreranno decenni, quel poco di liberismo vero che l’Italia ha saputo esprimere, il Partito Radicale, il ’68 con le sue istanze liberatorie, e soprattutto il femminismo con la sua critica radicale. Ma ricordiamoci che ancora di fronte al referendum sul divorzio la sinistra (allora, il PCI) si convinse all’antiabrogazionismo solo nelle ultime settimane.

Sono passati più di trent’anni da allora, ma l’incapacità di riconoscere l’importanza dei diritti individuali è ancora una pesante ipoteca per l’agire della nostra sinistra, o di quasi tutta.

Eppure le cose sono profondamente cambiate sia nei fatti che nella testa degli uomini e, soprattutto, delle donne. Grazie anche, verrebbe da dire, allo sgretolarsi di quella compattezza delle classi che aveva caratterizzato la nostra società fino all’altro ieri.

Nel riconsiderare la collocazione dei diritti soggettivi rispetto ai diritti sociali dovremo tenere conto di almeno tre aspetti.

Il primo è che non si può continuare ad invocare la necessità di mettersi al passo con i paesi più avanzati per ridurla a necessità di adeguamento al mercato globale. L’adeguamento non può marciare su un binario solo, tralasciando il secondo, quello dei diritti della persona. Muoversi in un mercato globale (insomma, nel mondo d’oggi) implica vedere riconosciuti ovunque, e a livello più alto e ampio, i diritti della persona, siano essi diritti di libertà personale, di movimento, di opinione ed espressione, di cittadinanza, di esercizio della propria sessualità, comunque essa si collochi (genere, orientamento ecc.). Sappiamo bene che esistono paesi (la Cina, per dirne uno, o i paesi dominati dall’Islam) che comprimono sino a svuotarli o non riconoscono affatto tali diritti, eppure sono piazzati benissimo nel mercato globale; ma è questo l’ideale che abbiamo in mente? O non è invece un ideale per cui io, cittadino italiano o francese o polacco, debbo vedermi riconosciuti gli stessi diritti, individuali e sociali, ovunque mi trovi, in Polonia, in Francia o in Italia, e ovunque mi voglia spostare in Francia, in Polonia o in Italia. Foss’altro per “rendere meglio” sul mercato, che è innanzitutto il mercato del lavoro mondiale (o almeno occidentale).

Ma poi, e qui veniamo al secondo e più importante motivo, siamo così sicuri che oggi i diritti individuali riguardino i singoli e i diritti sociali la collettività? Se mai ciò è stato vero, oggi è più che mai lecito dubitarne. E forse non è stato vero neppure in passato. Senza andare troppo lontano nel tempo, le lotte contro i ritmi alla catena e contro il cottimo avevano certamente un obbiettivo primario sociale: riscattare il lavoro da condizioni ai limiti della vivibilità. Ma avevano anche l’obbiettivo di restituire ai singoli lavoratori spazi e momenti per una vita individuale più piena, o almeno più vivibile. Per troppo tempo ci si è scordati che dietro la “classe” c’erano i lavoratori singoli e in carne ed ossa. La sinistra alternativa (’68 e dintorni, per intenderci) cercò di recuperare e rilanciare quest’idea, ma sempre in maniera un po’ marginale.

Oggi, prendiamo un diritto sociale quant’altri mai: l’età pensionabile. Ma è proprio tutto e solo sociale il diritto ad andare in pensione con un tratto di vita ancora da vivere dinnanzi a sé oppure, se lo si vuole, rimanere a lavorare per un tratto più lungo ? Colpisce innanzitutto una discriminazione che quasi sempre viene sottaciuta: per quale motivo le donne dovrebbero andare in pensione prima, tanto più che la loro aspettativa di vita è oggi maggiore di quella degli uomini? L’unica spiegazione è che così, nonne anziane ma non vecchie, possono sopperire alle carenze del nostro stato nei riguardi della famiglia. Più in generale, restituire al lavoratore dopo una vita intera di lavoro più o meno alienato (la parola è passata di moda, ma il concetto resta ben fermo) alcuni anni “per sé” è solo una questione sociale e non può essere come un diritto di ciascun singolo, un diritto anche individuale?

Rovesciamo il cannocchiale. Il diritto delle coppie omosessuali a vedere riconosciute le proprie unioni e ad avere figli non è soltanto il riconoscimento di un diritto individuale (o di un capriccio, secondo alcuni) ma ha anche una forte valenza sociale visto che la creazione di un nuovo nucleo familiare crea rapporti di sostegno e solidarietà e quindi abbatte costi sociali – che poi questa sia la riproposizione della famiglia come sostituto delle carenze sociali è altro affare: ma così è.

Infine, nessuno può più oggi onestamente sostenere che la secolare battaglia giocata sul corpo della donna (valore della verginità prematrimoniale, divorzio, aborto, inseminazione artificiale, maternità assistita) sia una questione solo di diritti individuali. La critica femminista ci ha insegnato che proprio sul corpo della donna (o sulla sua assenza, vedi paternità negata alle coppie omosessuali maschili) si è sempre giocato e ancor oggi si gioca l’intero assetto sociale. Ieri come oggi, l’impero (qualunque esso sia) lo si domina dominando il ventre delle donne. Altro che diritti individuali.

Infine, terzo ma non certo ultimo, che molti altri se ne potrebbero trovare, motivo per ripensare la questione è il fatto, tutt’altro che trascurabile, che i diritti soggettivi hanno assunto una loro centralità nella testa della gente. Il diritto ad una maternità e ad una paternità consapevoli; il diritto ad esprimere la propria sessualità; il diritto a manifestare le proprie opinioni senza limitazioni ed allo stesso tempo il diritto a non essere controllati e discriminati e tanti altri diritti ancora vengono nella scala d’importanza che esprimono milioni di uomini e donne prima di molti diritti sociali (spesso, e qui sta l’elemento negativo) quest’ultimi degradati a servizi sociali. Ed il loro convincimento ed orientamento politico (e anche elettorale) si forma più sulla sofferenza per la mancanza dei primi che per quella dei secondi. Teniamolo bene presente.

No comments

Gay e Cassazione. Passi avanti, ma la strada è ancora lunga


Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in /membri2/begay/php5/wp-includes/formatting.php on line 74

di Ezio Menzione
da “Liberazione” del 28 Luglio 2007

Pronunciandosi sul ricorso della Prefettura torinese contro una sentenza del Giudice di Pace che annullava il decreto di espulsione di un senegalese perché nel suo paese egli avrebbe potuto essere perseguitato in quanto omosessuale, la prima sezione civile della Cassazione ha stabilito che certamente è diritto di ognuno vivere la propria omosessualità senza condizionamenti, ma che bisogna accertare caso per caso da un lato la corrispondenza al vero della dichiarata omosessualità, dall’altro se nel paese d’origine viene punita l’omosessualità in se’ stessa – ed allora si sarebbe certamente di fronte ad una persecuzione – oppure solo l’esibizione indebita dei comportamenti omosessuali, per dirla con la Cassazione, la “ostentazione delle pratiche omosessuali non conformi al sentimento pubblico di quel paese”.

La sentenza, per il bene e per il male, è importantissima.

In positivo, perché il principio generale per cui ognuno deve poter vivere la propria sessualità (e quindi anche la propria omosessualità) libero da condizionamenti, ricatti e minacce che possano provenire dalla legge, in quanto “espressione del diritto alla realizzazione della propria personalità” e “identità” è principio che può sembrare ovvio, ma che per la prima volta viene espresso in maniera così chiara e autorevole, con un esplicito richiamo, per noi - ma non per tutti – ovvio all’art.2 della nostra Costituzione (ma si poteva una buona volta richiamare anche l’art.3 e il principio di uguaglianza): segno dunque che l’esercizio della sessualità fra persone dello stesso sesso (e non solo l’orientamento omosessuale) è “diritto inviolabile” dell’individuo, anzi di più: è un “diritto universale” (così dice la sentenza) da riconoscersi a tutti, indipendentemente dalla cittadinanza. Un’affermazione così chiara la si aspettava da tempo e ora ce l’abbiamo e non sarà più possibile prescinderne.

Ma purtroppo la sentenza non sembra trarre le necessarie conseguenze da ciò che afferma in linea di principio. Essa infatti rinvia il caso al Giudice di Pace di Torino perché esamini meglio se la legge senegalese colpisca o meno l’omosessualità in quanto tale e accerti con maggiore sicurezza se quel cittadino senegalese sia effettivamente omosessuale (la prova dell’iscrizione ad Arcigay per la Cassazione non basta e si presterebbe a facili strumentalizzazioni e raggiri della nostra legge).

La distinzione fra persecuzione dell’omosessualità e sanzione penale dei comportamenti omosessuali indebitamente esibiti o contrari al pubblico sentire è distinzione troppo sottile e rischia di vanificare il principio generale. Ricorda un poco (ma solo un poco) la distinzione cattolico-vaticana fra omosessualità lecita, o almeno tollerata, e comportamenti omosessuali che portano all’inferno. Per di più, ogniqualvolta si invoca (in Italia o altrove) il “sentimento pubblico” si rischia di annegare nell’incertezza.

Non può esistere principio che dichiari la liceità dell’omosessualità e nello stesso tempo limiti la possibilità di esercitare tale diritto. Il che non significa che si possano compiere atti omosessuali in pubblico, ma questo vale anche per gli atti eterosessuali e vi sono norme apposite (atti osceni in luogo pubblico) per sanzionare tali comportamenti, omo o etero che siano. Il problema è che il concetto di “omosessualità non indebitamente esibita” è concetto ancora troppo simile a quello di “omosessualità vietata” o anche solo “non libera da condizionamenti”. Un rapporto di convivenza omosessuale, pur non implicando comportamenti sessuali esibiti, potrebbe ricadere facilmente nel concetto di omosessualità esibita. Eppure da noi esso è lecito (anche se privo di diritti), ma altrove potrebbe essere motivo di sanzione penale. Insomma, la Cassazione è stata timida.

Anche sul secondo punto gli ermellini mostrano incertezze, oppure di conoscere poco la realtà. Che prova si può richiedere di una “sicura omosessualità”? Certificazioni mediche? Ogni medico di buon senso ci riderebbe sopra. La prova tecnica della consumazione di un rapporto omosessuale innanzi ai giudici? Un po’ troppo! Le dicerie del vicinato? Dio ce ne scampi! E’ evidente che in campi così scivolosi più in là degli indizi non si può andare.

Era così del resto anche quando esisteva il servizio militare obbligatorio e l’esenzione era di fatto concessa sulla base di una tessera di iscrizione ad Arcigay o circoli simili ed un referto che attestava il disagio (la distonia) a vivere la propria omosessualità nel contesto di una caserma. Di più le commissioni mediche militari non potevano chiedere e non chiedevano.

La Cassazione sembra avere paura soprattutto che concedere permesso di soggiorno a cittadini di paesi in cui l’omosessualità e la pratica della medesima siano condizioni e comportamenti criminali apra le porte a migliaia di truffe per cui gli extracomunitari si fingeranno tutti omosessuali pur di poter restare nel nostro paese. Timori infondati. Il rischio è semmai ancora l’opposto: che cittadini di paesi che condannano in varie forme l’omosessualità non possano viversela nemmeno qui da noi per paura che lo si sappia in patria. Ed infatti proprio su questa base un altro Giudice di Pace ha recentemente concesso il soggiorno ad un albanese, dunque proveniente da un paese che non persegue penalmente l’omosessualità, ma dove gli omosessuali sono oggetto di discriminazione e persecuzione sociale.

Insomma, incassiamo una sentenza assai buona sui principi e lavoriamo perché in futuro sia emendata da aspetti francamente timidi, se non un po’ retrivi.

No comments

Anche per i giudici la coppia omosessuale è un valore


Deprecated: preg_replace(): The /e modifier is deprecated, use preg_replace_callback instead in /membri2/begay/php5/wp-includes/formatting.php on line 74

di Ezio Menzione
da “Liberazione” del 25 Luglio 2007

Avviene spesso che i giudici, nell’emettere le loro decisioni, dimostrino di essere, dal punto di vista della visione della società e dei suoi cambiamenti, più avanti di chi dovrebbe prendere decisioni politiche. E’ l’aspetto più positivo della funzione della magistratura, agli occhi di chi, come me, ha sempre creduto in un ruolo socialmente evolutivo e progressista delle decisioni dei magistrati. Ricordiamoci i tanto vituperati “pretori d’assalto” degli anni ’70 e il ruolo fenomenale che ebbero nei cambiamenti di allora.

Del resto, è fisiologico che le decisioni giudiziarie suppliscano e coprano gli spazi vuoti, laddove la politica non riesca a legiferare su temi e aspetti nuovi che la società propone. E’ semmai patologico che i magistrati si rifiutino di farlo, come è avvenuto per il caso Welby, visto che proprio a questo sono chiamati: dirimere i dubbi, riempire i vuoti del sistema legislativo, contribuire a trovare una risposta alle domande della società, quando il legislatore si attarda a non farlo.

Vengono in mente queste riflessioni generali, leggendo la notizia di alcuni giorni fa per cui il Giudice che doveva decidere circa l’omicidio di un gay avvenuto a Roma nel marzo scorso ha ammesso come parte civile al processo non solo la sorella (il che è ovvio), ma anche il convivente omosessuale del defunto (e questa è la vera novità), mentre ha escluso la richiesta di costituzione dell’Arcigay, che voleva essere presente come associazione di tutela degli interessi collettivi delle persone omosessuali (e in questo la decisione non è stata nuova: lo spazio per le cosiddette associazioni esponenziali nel processo penale è sempre più ristretto e comunque sempre molto aleatorio).

Vediamo da vicino la portata positiva della decisione del giudice romano. Avere ammesso come parte civile il convivente (da 25 anni) del morto nel processo penale contro l’assassino significa avere riconosciuto non solo la legittimità del legame fra i due uomini (e questo è scontato: la loro unione non era certo vietata), ma anche una rilevanza positiva di esso innanzi alla società e dunque innanzi all’ordinamento giuridico. Naturalmente non è la prima volta che un partner di una coppia di fatto viene ammesso a svolgere il ruolo di parte civile nel processo: ma finora si era sempre trattato di coppie eterosessuali; qui, invece siamo di fronte al riconoscimento – quanto meno a questi fini – della coppia omosessuale.

Occorre notare, proprio a proposito del riconoscimento del legame, che il partner superstite ha dovuto dimostrare in giudizio che esso sussisteva da molti anni, che era ancora in piedi al momento dell’omicidio, che era noto a tutti, che da esso le parti traevano sostegno morale ed economico. Non è inutile rimarcare che se i due fossero stati sposati, nulla di tutto ciò sarebbe stato necessario: sarebbe bastata la fotocopia dell’atto di matrimonio. Ma, come si sa, il legislatore non ha ancora inteso riconoscere la rilevanza giuridica delle coppie omosessuali. Da qui la necessità della “supplenza” del giudice: in questo caso svolta in maniera egregia.

Il giudice penale non è tenuto a motivare per esteso per quali motivi ammetta o non ammetta un soggetto come parte civile nel processo, ma non è difficile arguire quale sia stato il suo ragionamento, visto che ha tanto insistito nel richiedere le prove della sussistenza e della durata del legame affettivo e del sostegno reciproco. Evidentemente ha ritenuto che tale legame abbia una rilevanza sociale degna di essere tutelata e allo stesso tempo, come nella stragrande maggioranza dei casi, che esso abbia implicazioni economiche e morali di un certo peso. Anche se la coppia era omosessuale.

Del resto, non è la prima volta che una decisione giudiziaria stabilisce che quando si è di fronte all’amore fra due persone, il loro sesso o orientamento sessuale non conta. Nell’ormai lontano 1988 il Tribunale di Torino consentì che il partner transessuale di un imputato si astenesse dal testimoniare contro questi, così come avviene fra marito e moglie o fra partner eterosessuali di fatto, proprio sostenendo che se la base per riconoscere il diritto ad astenersi dal testimoniare è il legame affettivo fra due persone, è questo che deve venire in primo piano, a nulla rilevando il sesso delle persone coinvolte.

Ma da quel lontano 1988, non pare che altri giudici abbiano preso decisioni così coraggiose, fino a quella di pochi giorni fa di Roma. Scarso coraggio dei magistrati? Difficoltà dei medesimi ad avventurarsi su terreni nuovi sui quali il legislatore non ha saputo esprimersi? Oppure, più semplicemente, perché pochi sono i casi che giungono fino al tavolo dei magistrati e chiedono, per essere decisi, di affrontare di petto la questione delle coppie omosessuali? Probabilmente giocano tutti insieme questi elementi. Anche gli omosessuali spesso hanno difficoltà ad esporsi (e in alcuni casi è anche comprensibile) o addirittura a considerare se’ stessi come soggetti che possono rivendicare diritti e combattere per ottenerli. Secoli di diritti negati formano una mentalità difficile a scalfirsi, anche per gli omosessuali stessi.

E’anche vero che talora gli omosessuali si fanno coraggio, ma poi si vedono sbattere la porta in faccia. E’ accaduto così alla coppia di gay di Latina che chiesero di vedere trascritto in Comune l’unione da loro contratta in Olanda: in primo grado con una sentenza proprio retriva, in appello con una sentenza negativa, ma che lascia aperti alcuni spazi per il futuro. E’ questo il cammino incerto dei diritti quando sono affidati alle convinzioni, sempre diverse e mutevoli, dei giudici. Ma è così quando il legislatore (insomma, la politica) non vuole o non sa decidere.

In altri paesi (in America, per esempio) la “via giudiziaria” alla conquista dei diritti è sempre stata una via maestra (ma in quel paese, come in altri, la funzione giurisdizionale è molto più pregnante che non da noi rispetto al legislativo). Noi per troppo tempo abbiamo ritenuto che fosse una via un po’ di risulta, se non proprio di rimessa: ma non è detto che sia così, dobbiamo riconoscerlo e attrezzarci a riempire in questo modo il silenzio della politica.

No comments

Pagina successiva »